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Kataklisma |
rassegna stampa - press abstract |
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Molti lavorano sul
corpo come oggetto estetico. Pochi, invece, come Kataklisma sul corpo come
macchina sociale. Dopo Buffet, anche la breve performance di Time non fa che
confermarlo: l’utopia e le retoriche del presente sono il terreno più
profondo di una riflessione morale che Elvira Frosini porta avanti attraverso il
teatro. Non è tanto – o non è solo – la ripetitività a dettare lo strano
magnetismo emanato dai movimenti delle sei donne nerovestite, seducenti e
irrepresensibilmente truccate, che la regista ha schierato su un’immaginaria
linea di partenza nel foyer del Palladium, con le spalle alla gran parte del
pubblico. E’ anzitutto il contrasto tra la simmetria plenaria, novecentesca,
dei loro movimenti corali rigorosamente more geometrico e le continue dislessie
che affliggono i diversi corpi individuali in un comico succedersi di inciampi,
cadute, slogamenti, inabissamenti – fino a scivolare a corpo morto, ma
lanciati come siluri, nella totale inerzia di quella posizione distesa che
secondo Husserl segnalava il “grado zero” dell’energia umana. Ironia della
sorte, l’individuo sdraiato – a faccia in giù o a faccia in su, stecchito o
ancora intento a parlare come l’attrice che telefona ripetendo frasi sconnesse
– è l’unica alternativa concepibile all’individuo perennemente eretto e
in movimento, intento a saggiare non l’ampiezza della terra che ha sotto i
piedi ma la ristrettezza dello spazio in cui il tempo del lavoro, di cui Time è
evidentemente uno scampolo parodistico, lo costringe. Il respiro solenne del
Messiah di Haendel non fa per così dire, che peggiorare le cose, acuendo il
divario ironico tra un mondo che vorrebbe muoversi come un solo corpo ideologico
– lanciato verso le meravigliose sorti e progressive del mercato globale – e
un’esistenza che esplode in un caleidoscopio di posture, tutte ugualmente
astruse, tutte ugualmente insignificanti: quel che resta dell’individuo in
un’epoca di individualismo conformista. Joyce diceva che la Storia era un
incubo, Kataklisma descrive l’incubo divenuto ordinario in cui il riflusso
della storia getta un’esistenza immersa nell’identità di un tempo
equalizzato sull’istante, in un eterno presente puntuale e ossessionante (la
grande sveglia che una delle giovani interpreti, addormentata come una
marionetta, stringe tra le braccia) dove ogni variazione (vivere, amare,
mangiare) è una differenza illusoria destinata a ripetere il tema. Out of time,
in un fuori indisponibile alla percezione storica, c’è solo il malinconico
dinosauro giocattolo che la regista tiene con un lungo guinzaglio rosso.
Balletto meccanico per spasmi e brusche interruzioni di energia, dove si avanza
e si cade con l’incessante monotonia delle pile che non sono duracell, Time
celebra la fine di ogni durata e, se la citazione di Haendel non è ingannevole,
di ogni possibilità che il tempo degli orologi sia stroncato dall’infarto di
un “arresto messianico dell’accadere”.
Attilio Scarpellini, La
Differenza
“I” come Immagine
ma anche come Inizio di un lavoro “in progress” che Elvira Frosini,
danzatrice, coreografa e fondatrice di Kataklisma, una delle realtà emergenti
del nuovo scenario teatrale romano, presenta nel quadro della rassegna “Body
Shot – Corpo e Movimento”. Senza nessun orpello scenografico, solo qualche
cambio di luce, due performer, la longilinea Isabella Di Cola, e Vincenzo Manna,
di stampo più attoriale, imbastiscono un aprobabile storia d'amore con delitto,
tra il rosa e il nero, raccontata come un puzzle da decifrare, un campionario di
pose prese in prestito con amaro sarcasmo da alfabeti spettacolari diversi.
Kataklisma presenta anche “Buffet”, con inscena la frosini ed altre tre
performer: apocalisse bauschiana formato “catering”.
Nico Garrone, la
Repubblica
..la scena è vuota, vi è solo una bambola di gomma, una nuda femmina appesa a un gancio. Il senso dello spettacolo è tutto in essa implicito: “Dietro l'uomo romantico c'è l'uomo fascista”. Daniele Timpano e Elvira Frosini presentano “Sì l'ammore no”. Sono distesi a terra, proiettano le loro ombre sulla quinta di fondo, disegnano lo spaziocon le dita. Poi si alzano, attacca una canzone, Daniele e Elvira vestiti di bianco e rosso si stuzzicano, punzecchiano il pubblico con piccoli aforismi o battute-battibeccho, come tra due giovani sposi. Ci raccontano la storia del loro magico incontro. [..] I due scoprirono l'amore. Ma che cos'è l'amore, anzi l'ammore? Elvira si protende verso il pubblico, lo interroga. Il pubblico risponde, risponde sempre. E' lì per quello, per abbracciare e sostenere questi infantiloidi assi del palcoscenico e della confessione vera/finta. Dopotutto, il vero spettacolo è questo. Questo il suo succo. Franco Cordelli – Corriere della Sera
“Pantagruele in un
fast food: perderebbe l'enorme ilarità, la gigantesca gioia di vivere,
l'elefantiaca bulimia. Cosa di più contrario al piacere del cibo di un fast
food? E quindi di avverso alla civiltà e invece generatore di avvilimento,
mortificazione dell'uomo? Buffet, regia e drammaturgia di Elvira Frosini,
mostra quattro performer di fronte a una lunga striscia di cibo
accatastato per terra, un po' come i rifiuti di Napoli. Quello che succede, in
un teatro siffatto, è l'esplicitazione del rapporto fra l'essere umano, inteso
come corpo nello spazio, e la roba da mangiare, vista quale spazzatura del
consumismo. Storia di esseri in regressioni quindi, divoratori di civiltà,
mentalmente, anzi neurologicamente, disarticolati nell'arretramento.
Stesso sguardo,
stavolta nei confronti del rapporto fra uomo e donna, la Frosini applica in un
suo secondo lavoro intitolato “i”.
Due performer vanno oltre l'incomunicabilità, verso l'isolamento, una
clausura delle emozioni che li rende incapaci di concepire finanche l'ipotesi
dell'altro, della sua realtà e diversità. Difficile vivere in queste
condizioni, eppure è ciò che il teatro della Frosini racconta perché questa
è, in parte, la situazione.”
Marcantonio Lucidi,
Left - Avvenimenti
Time è
frammento/scheggia, si muove su assi orizzontali e verticali attraversati da
anime femminili che, nella reiterazione meccanica di gesti quotidiani, ci fa
avvertire il ticchettio della bomba ad orologeria che siamo diventati. E’
l’armonia del Messiah di Handel ad accompagnare il sorriso paralizzato delle
sei performer, sostituito sul finale da un frastuono crescente, che confonde le
vuote parole di uso comune con quelle pronunciate. L’escalation ad ogni nuova
apparizione è propria del Progetto Politicalbody, dal 2005 per volontà
creativa di Elvira Frosini, che sviluppa una ricerca sul corpo come incrocio
spazio-temporale di cultura, convenzioni, rapporti di potere e comunicazione. Ci
si inoltra nella dimensione del paradosso, del non ovvio, del dramma che diventa
farsa. Come in un altro tassello del
progetto, Buffet: in un tempo congelato quattro donne si (non)nutrono da un vero
e proprio buffet preparato di fronte al pubblico. Come in I, opera ancora in
forma ibrida, Isabella Di Cola e Vincenzo Manna protagonisti: non-storia sui
cliché del vivere contemporaneo. Se in Buffet una via d’uscita non sembrava
esistere in un tempo congelato e inevitabile, in “i” è sospirata grazie
a un consapevole “movimento” umano.
Giacomo d’Alelio, Liberazione
Roma, Kataklisma Teatro
- Parte con una sorpresa il sesto appuntamento di Uovo critico , serie di
incontri tra critica e “nuova scena performativa” : uno degli elementi della
perfetta equazione messa in campo da Elvira Frosini –responsabile della
direzione artistica ed organizzativa dell’evento, nonché regista del gruppo
di casa, Kataklisma - è assente. Si tratta del critico Nico Garrone, redattore
del quotidiano « la Repubblica » e direttore artistico del festival
"Estate a Radicondoli" , impossibilitato ad essere presente alla
serata. Ma come un’equazione può essere risolta anche in presenza di
un’incognita/assenza, anche in questo caso l’appuntamento che vedeva il
gruppo romano Kataklisma presentare una prova di ciò che andrà a comporre il
futuro spettacolo "I" è arrivato in porto a vele spiegate : il tutto
grazie alle pressanti domande e curiosità di un numeroso pubblico, guidato in
modo quasi impercettibile dagli interventi/aggiustamenti della stessa Frosini,
dei due attori Isabella Di Cola e Vincenzo Manna, di Marcantonio Lucidi e
Valentina Valentini.
Spiazza, turba, migra
da piccole scenette quotidiane a improvvisi squarci performativi questa prova
incompiuta presentataci da Kataklisma. Un uomo e una donna. Sorridenti,
superficiali, dolorosi, intensi come una normale coppia immersa nel
contemporaneo. Si sfiorano, si sorridono, si amano carnalmente. E poi, uno
squarcio di tenebra nato da un piccolo momento di felicità –il compleanno di
lui- , apre le “danze” a qualcos’altro...
Tranche teatrale tra le
più interessanti presentate ad Uovo critico, il lavoro di Kataklisma si situa
in uno spazio indefinito che, paradossalmente, arriva fortemente a colonizzare
le sfere della rappresentazione e della fruizione che, indefinitamente, si
mescolano e si compenetrano tra di loro sotto l’attento sguardo della Frosini.
A partire dal procedimento iniziale seguito dalla regista –l’uso di
“parole chiave” che hanno guidato gli attori, e lei stessa, all’interno di
un tema ben definito, il “dentro/fuori” e la “presenza/assenza”- e dalla
valenza data al titolo-simbolo – "I" sta per un’uguale non
compresa immagine, per usare ancora una metafora di stampo matematico- , lo
spettacolo di Kataklisma arriva ad essere una sorta di manoscritto medievale in
cui le lettere, elemento primo del linguaggio, lasciavano il passo o si
trasformavano in immagini che divenivano i grafemi fondanti di una narrazione
mentale, allegorica, e per questo potentissima. Una narrazione che anche in
questo caso si dà per immagini, in quanto ciò che Kataklisma ci presenta deve
venire, secondo le stesse parole della Frosini, ricomposto in una, appunto,
“narrazione”, dal pubblico stesso. La <<partitura fisica>> -come
ha affermato la stessa Frosini ai microfoni di Podoff - di "I"
<<“shifta” continuamente da un codice all’altro>>, rendendo
fondamentali fattori come il ritmo, la musica, i colori, i corpi.
Questo essere al limite
di ogni forma di rappresentazione/narrazione genera inevitabilmente, e ha
generato nel pubblico che ha assistito a questa “prova”, uno scarto forse
incolmabile tra ciò che la Frosini ricerca e ciò che lo spettatore
istantaneamente riceve e rielabora, fa intimamente suo. Il dibattito che è
seguito ai venti minuti di spettacolo ha visto, infatti, il pubblico cercare
instancabilmente, a tentoni, una chiara ed unica via di interpretazione verso il
centro di ciò che la “prova” voleva essere. Quello che è passato sotto
silenzio, per via del continuo cercare degli spettatori un singolare, quasi
materico, “cosa”, è stata l’incredibile convergenza di dubbi e ipotesi
che attanagliano, come lo stesso spettatore, anche il lavoro di Kataklisma tutto
: ogni sessione performativa di prova non è altro, a detta della Frosini, che
un processo di approssimazione verso ciò che andrà a costituire il
significato, e il significante, ultimo di quello che poi diverrà "I"
–e si cade in una vertigine teoretica ipoteticamente senza fine se si pensa
che anche la “prova” della serata di Uovo critico era solo una “prova”
verso un definitivo approdo...
L’incessante ricerca
di un semplice, definitivo, “cosa”, ha traghettato la discussione verso il
processo utilizzato dalla Frosini e dagli attori per far venire a galla,
compiutamente, l’urgenza che li ha spinti a scegliere un tema decisamente
senza abisso ultimo come è il “dentro/fuori” e la “presenza/assenza”.
Contributi essenziali a questo confrono dialettico sono stati quelli di
Marcantonio Lucidi e di Valentina Valentini, intenti a sgombrare il campo da
diverse incertezza riguardo il significato, e la portata, di termini e stati
creativi come urgenza, messaggio, ipotesi. Il pubblico partecipe ma perplesso
della serata sembra riassumere su di sé, e dentro le sue domande, il non-spazio
pregno di punti interrogativi, incertezze, zone d’ombra che è il rapporto tra
opera d’arte, spettatore e fruizione, come si è andato configurando per tutto
l’arco del secolo scorso.
E l’evocazione, ad un
certo momento della serata, di Bach, del romanticismo, della Scuola di
Francoforte, della teoria dell’informazione, non fa che confermare tutto
questo.
E sentir disquisire, in
quel raccolto spazio che è il Kataklisma Teatro, di teatro, così
calorosamente, da indistinguibili critici, artisti e spettatori, sdraiati a
terra o seduti in un policentrico, piccolo, spazio, è il segno evidente della
riuscita di questa strana ma unica iniziativa che è Uovo critico .
Luigi Coluccio,
Close-up
Algoritmi
e fiabe. Belle addormentate e macchine di Turing. Deturpazione sacrilega di un
corpo narrato, sognante, per un asservimento che culmina nell’alienazione
sociale, nella silenziosa de-cerebralizzazione, nell’orrendo annichilimento di
ogni libertà.
E’
uno spiazzante jeu d’enfant attraversato da una potente e prolungata critica
alla soffocante quotidianità questo ‘Nacosaprovvisoria, [primissimo studio che
diventerà nel 2 009 lo spettacolo Ciao Bella] spettacolo della
danzatrice-performer Elvira Frosini –regista e animatrice del gruppo romano
Kataklisma- presentato nella quarta giornata della rassegna Ubu Fuori Porta.
Della Frosini avevamo già lodato la sua capacità di condensare attorno ad un
evento come Uovo Critico –da noi costantemente monitorato in tutti questi
mesi- le immediate, e pressanti e vitali, esigenze di un’ampia sfera teatrale
contemporanea –che, programmaticamente, e lucidamente, non abbracciava
soltanto gli artisti, ma includeva nella sua perfetta equazione anche il
pubblico e la critica. E proprio in una delle serate svoltasi nel raccolto
Kataklisma Teatro potemmo ammirare una “prova aperta” di un futuro
spettacolo che, a quel tempo, recava il titolo di I, e che ci permise di sondare
l’arte performativa-attoriale della direttrice artistica dell’evento. E,
oggi, arriva un superamento di quanto visto mesi fa. Si, perché
‘Nacosaprovvisoria è un complesso lavoro che si abbevera a più fonti,
declinandosi in finale in un sincretismo spettacolare affascinante e
stratificato.
All’arrivo
di noi spettatori lei è ferma sul palco. No, non ferma... sta dondolandosi. E
il dondolio iniziale diviene marea inarrestabile che si degrada in contorsioni
innaturali e plastici e vuoti balletti, trascinando in questa piena performativa
straordinariamente pulita e rigorosa gli oggetti-feticcio incassati sulla scena.
Oggetti che servono a trasformarla, la diafana Frosini, traslarla da una
posizione ad un’altra, per poi improvvisamente far cessare questa moderna e
gelida dans macabre con un’ardita, e surreale, passeggiata, con al guinzaglio
un immobile dinosauro, mentre tutto intorno una nuova Luftwaffe bombarda
spietatamente il nulla...
La
notevole scrittura scenica dello spettacolo si compenetra con il taglio
concettuale adottato dalla Frosini, che arricchisce e moltiplica
vertiginosamente quanto appena visto. Ecco dunque sorgere quel dualismo
macchina-organismo prima citato en passant, dentro il quale l’appena accennata
figura della Bella Addormentata –o di sua sorella Rosaspina- viene
contrapposta, o meglio, piegata, da continui ed onniscienti interventi
extra-diegetici che declamano che postura adottare, che espressione assumere, e
via discorrendo –pardon, ordinando. Queste prevaricazioni mediate da un
affabulatorio linguaggio –che proprio dalla semplicità e dall’asciuttezza
delle narrazioni favolistiche traggono ispirazione, naturalmente virando al
negativo la ricchezza verbale presente in queste composizioni-, e che si rifanno
ai jingle o ai consigli per gli acquisti televisivi, rappresentano la mascherata
avanguardia mediatica di una società tecnocratica che ha nella reiterazione,
nella copia, nella ciclicità dell’evento –tutti surrogati facilmente
controllabili, assimilabili o sperimentalmente prevedibili- i cardini di questa
offensiva prevaricatrice.
Ecco
dunque che la lista di operazioni che la singola corporalità deve compiere,
attuare, validare, diviene mostruoso algoritmo di controllo sociale, politico,
artistico. Ecco dunque che l’ultimo residuato della nostra intima essenza
vitale, la fiaba e la sua protagonista, la Bella Addormentata, diviene il nostro
ancestrale simulacro da esporre all’uniformità programmata, alla
massificazione opprimente.
Una
sottile e caustica ironia viene spruzzata a grumi, a chiazze, su questa
performatività sezionatrice, virando all’eccesso o all’insito paradosso
numerose situazioni altrimenti difficilmente fruibili con tanta fluidità. E il
feticistico uso di alcuni oggetti/entità –come gli occhiali o le caramelle,
ricorrenti nei lavori della Frosini- sembrano portare, a prima vista, ad un
provocatorio, e superficiale, jeu d’enfants –che, al contrario, combinati
con particolari posture, ad esempio con la sanscrita sava (il corpo disteso come
quello di un cadavere), tratteggiano figure e momenti di surreale iconicità.
L’icasticità
cercata, e trovata, dalla Frosini, viene consapevolmente scardinata oltre che
dalla calibratissima ironia sopra descritta, anche da una metateatralità che
restituisce, in mezzo alla folta foresta di simboli intessuta dalla performer
romana, una prospettiva di senso a tutta l’operazione, ri-collocando
continuamente l’illusione e l’illusorio di quanto visto in un contesto molto
più ampio –che include, terribilmente, noi stessi.
E la camminata finale
prima descritta, si configura come un lento immergersi verso questa realtà
divenuta, artificialmente, surrealtà...
Luigi Coluccio,
Close-up
I protagonisti dello spettacolo Reperto 01, regia e drammaturgia di Elvira Frosini, che ho visto al Kataklisma Teatro di Roma, sono un uomo e una donna, ma la donna praticamente non c’è. Nasce in uno spazio spermatico e ben presto nello stesso spazio muore. Resta come pulsione della memoria. Presenza fantasmatica. Unità della dualità spezzata, separata, negata. Un reperto archeologico è lo spazio plastificato – del passato, forse, o del futuro -, che avvolge surrealmente anche lo spettatore. Un reperto archeologico è la figura maschile, che cerca, ma non si sa bene che cosa. Verrebbe da dire l’unità nella diversità, ma l’unità è impossibile se la diversità è negata. L’uomo si mostra per quello che è diventato o per quello che diventerà? Il tempo sospeso è quello dell’attesa o della memoria? Della perdita o della speranza? Della stasi del movimento o del movimento inutile della stasi? L’uomo osservato appare deprivato della sua interezza. Non ha anima. Non ha sangue. Non si capisce come possa avere pensiero. È colto nel momento in cui è avvenuta la perdita o nel momento che precede l’acquisizione della piena bidimensionalità umana? Forse prefigura davvero “l’imminenza di un salto antropologico”. Di certo, teatralizza pensieri ed immagini, suggerendo con l’azione – non priva di cliché - la teoria del metateatro. L’uomo è impegnatissimo a costruirsi il suo teatrino. Suo perché privato. Privato perché circoscritto, cioè limitato ad uno spazio che è reperto lattiginoso, opaco, e in cui è avvolto e raggelato anche l’osservatore. Passaggi improvvisi, significati di rimbalzo, improvvisazioni folgoranti, frammenti di storie che dicono e non dicono senza produrre mistero. Il passaggio da una situazione all’altra non ha però il valore di transito (che implica un processo di trasformazione della materia), ma caratterizza un fatto teatrale fine a se stesso – a tratti anche narcisistico – colto nel suo farsi non esplicativo, e proprio per questo capace di stimolare lo spettatore a trarre dalla visione deduzioni individuali. Lo spettacolo è dunque circolare e aperto. Circolare perché potrebbe essere ripetuto all’infinito. Aperto perché soggetto a letture diversificate. In tal senso, mi sembra legittimo considerare la chiave di lettura del teatro che parla della vacuità di tanto teatro contemporaneo come nucleo tematico centrale della messa in scena, affrontato in modo impressionistico dalla regia. Su questo versante, però, devo aggiungere che il passaggio dell’uomo dalla condizione di osservato a quella di osservatore non ha comportato uno scatto formale significativo, così da rendere l’invenzione ricca di buoni propositi, ma di scarsi risultati poetici. Perché è questo che si deve cercare, e trovare, in uno spettacolo dal vivo. Poesia ed emozioni. Alfio Petrini, amnesiavivace.it
Cellophane. Entrare in una sala di teatro e scoprirla avvolta nel cellophane fa pensare che forse il teatro è proprio qui: costruire una placenta di emozioni, un luogo immobile, estraneo a qualsiasi corruzione, che permetta di cogliere l’essenza, sempre così nascosta. Viene da pensare se la plasticità dei corpi che appaia la plasticità del pensiero sia qualcosa che siamo in grado di portarci fuori di qui, oppure resterà sotto questa teca mobile ma esclusiva, come sono queste pareti rivestite. Questo il sentimento alla base del Reperto#1, portato in scena da Elvira Frosini e Giacomo Calabrese. Due corpi, un vento dall’esterno. Voci mute di labbra prominenti. Si aggiunge lo stridio degli uccelli via via più assordante: ecco allora che l’emozione progressiva si alza libera da fraintendimenti, perché senza parole l’emozione è libera, è vera, nostra, incoercibile. Poi il movimento che asseconda l’incedere della musica e non è chiaro se ne sottolinea l’impatto emozionale oppure lo provoca; tuttavia quel che conta è l’importanza della semantica attraverso la sintonia tra corpo e musica, che non è sintonia tecnica ma emozionale: lasciarsi guidare e non tentare di imbrigliare la melodia. Su questo piano l’assenza della parola: prima prova il più facile dei conteggi e non riesce, poi un discorso a frammenti di sillabe, incomprensibile: vogliono così testimoniare che con la musica abbiamo armonia perché appunto libera come i nostri pensieri, mentre la parola è meccanismo, tecnica, per cui non corrisponderà mai alla policromia dei sentimenti. La regia e la drammaturgia sono di Elvira Frosini che interpreta assieme a Giacomo Calabrese: molto sottile il gioco delle luci, dal buio all’abbaglio accecante, crudo, delle luci accese, poi la musica che riesce a dire con i volumi; una regia volta all’elasticità, a sottolineare il movimento flesso dei corpi, davvero brillante e personale. Su tutte una scena ci viene da esempio: Calabrese tira fuori tre cartoni, io penso a finte tele, dove va a disegnare prima una casetta infantile e l’ammira parlandone muto come di un capolavoro, sulla seconda un albero semplice che ritiene un capolavoro e ne sottolinea il genio con movenze da grande artista, sulla terza disegna una porta, ci fa il buco della serratura e ci guarda dentro, poi prova a sfondarla e non si apre, infine chiede al pubblico di farlo per lui: è l’artista che entra nell’opera, talmente convinto del suo talento da scambiarla per realtà. Poi un braccio teso con un guanto nero, raccoglie corpi di bambini e li accatasta malamente, ricoprendoli di qualcosa che faccia uniforme il loro annientamento, che li renda nullità: il crimine poi diviene voyeurismo, da un cavalletto rimira il misfatto. Mi accorgo con ritardo che dietro questo percorso nel male c’è la favola dei tre porcellini. Quale miglior modo per dire che lo straniamento, il potere del significato, sono il mezzo più efficace per comunicare? È così che il teatro riesce a stimolare l’intelligenza, non assecondando la piattezza come invece fa il mero intrattenimento. Simone Nebbia, Teatroteatro.com
A fondamento dello spettacolo c’è la devianza cui siamo stati costretti, parlando d’amore, dalla cultura pop e dalla televisione, che li porta a giocare con la musica, tradire sentimenti con lo straniamento d’effetto, poter dire “noi facciamo l’amore così: in playback. Tutto il mondo lo fa”, e questo è vero accidenti, abbiamo imparato a canzonare noi stessi ripetendo frasi e gesti mutuati dalla tv, l’organo che ripetiamo e che ci ripete al punto da non capire più qual è l’origine delle cose o emozioni: il vero o il posticcio è la genesi? La confusione, frammentazione della verità ha portato fin qui, a non capire più se questi sentimenti ci appartengano veramente o siamo in una vorticosa balìa di oceano in cui la barca si muove ora verso il sì, ora verso il no, seguendo il dolce, ipnotico, sfuggente dondolare delle onde. Simone Nebbia, Teatro e Critica
La immensa possibilità di riformulare i casi e le esperienze della vita scartando, ripulendoli del loro superficiale strato/stato di quotidianità. Quello che nella realtà corrente non è scremabile, sul palco lo è, ed è ordinaria stupefazione. Surreale dissacratorio, diverte e provoca con un ottimo uso dei tempi, con pause cercate, ma estremamente naturali. Ofelia Sisca, teatroteatro.it
Vediamo di fronte a noi due attori, due personaggi, un uomo e una donna, Daniele e Elvira, due mondi e due universi che non riescono a entrare in comunicazione se non superficialmente, se non mantenendo una distanza, fisica – nel senso che ognuno ha il suo rettangolo di luce - e vocale – fanno l’amore in playback. Ed è proprio in questa distanza che si ritrova anche il senso della relazione con gli spettatori, che possono entrare in quell’universo-spettacolo, in quella sfera di vetro, solo accettando di rimanere separati dalla scena, o non accorgendosi di essere divenuti anch’essi stereotipo, stereotipo del pubblico posto dietro ad una quarta parete invisibile. Stiamo quindi a guardare attraverso questo vetro invisibile il luminoso mare verde dei colori dell’Italia, mentre il bianco Daniele se ne va, lasciando soli Elvira in un’isola di luce rossa e noi nel buio della sala. Sarah Paroletti, Art'O
Un incontro tra il maschile e il femminile, partendo da cliché della cultura cattolica postmoderna e radiotelevisiva per riapprodare ad archetipi edipici, con qualcosa di imprecisato nel mezzo. Elvira Frosini e Daniele Timpano si muovono sulla scena buia come marionette, nascosti dietro occhiali colorati, o diventano improvvisamente reali, con enormi occhi puntati sul pubblico ad esprimere tutte le loro perplessità e impulsi. Un incontro, una possibilità, una minaccia, sia essa una rivale gonfiabile o un omicidio. La prima volta avviene in playback, secondo i luoghi comuni del caso, ognuno immerso nella sua solitudine. Da rivalse femministe, che risultano sfasate rispetto a un desiderio d’amore arcano, a rivalse maschiliste di sopraffazione o di fuga verso l’omosessualità, ugualmente inadeguate al primordiale istinto, l’affannarsi reciproco confluisce nel mezzo di un cappio rosso: dinosauro? simbolo fallico? animale domestico? surrogato di un figlio? o parto osceno di una società allo sfascio? I due ne bramano la preferenza come momentanea soluzione alle rispettive insoddisfazioni: “a chi vuoi più bene, alla mamma o al papà?” La piccola creatura illuminata di rosso canta, e qualche volta sogna di uccidere mamma e papà. Un tentativo di dare voce al pubblico si tramuta nell’impossibilità di autonomia del sentire quando le risposte sono preregistrate, preconfezionate e inculcate, lo spirito nazifascista serpeggia inquietante sotto affermazioni di reciproco affetto e desiderio, sfociando nel cannibalismo. Finale in medias res. To be continued? Claudia Donzelli, Mercuzionline
E’ la storia di uno stupro, questa. Si, di uno stupro perpetrato ai danni della nostra psiche e –perché no?- del nostro corpo. Di come il nostro candore sia divenuto ferocia, la nostra nobiltà d’animo prevaricazione, il nostro donarsi assuefazione. Di come l’amore sia divenuto no. Il nostro, non il loro -di Daniele Timpano ed Elvira Frosini. Si l’ammore no è il grido disperato e sincero, sinceramente disperato, di questi ultimi due romantici della scena –e non. Ma nello spazio vuoto che è divenuta la nostra sfera perfetta emozionale nessuno può sentirti urlare. E così la delicata operazione spettacolare compiuta dai nostri –andati in scena al Teatro Colosseo di Roma dal 17 al 22 novembre- rischia di passare inosservata, anestetizzata, o peggio ancora –e questo pericolo dai denti sporchi e aguzzi è dietro l’angolo ad aspettarli per tutta la durata del lavoro- fraintesa, respinta a priori. Mostrano le cose come stanno, EF e DT –tags che suggellano la loro dichiarazione di intenti “Noi facciamo l'amore così. In playback. Tutto il mondo lo fa”, come i graffiti sovversivi e reietti che apparivano in uno dei capolavori (mancato… ma questa, in fin dei conti, non è la storia di quel decennio?) del cinema degli anni ’80, Essi vivono. Mostrano, imperterriti, insensibili, immagini di cui siamo schiavi e di cui vorremmo essere lo specchio, corpi che si sostituiscono alla consapevolezza dei nostri, rapporti umani ritagliati su misura e colori dalle vite di divi bidimensionali assaporati su carta o sullo schermo –che poi, infine, non sono la stessa cosa? La stessa superficie? Lo stesso altrove? [...] Come scriveva Demetrio Stratos nell’ultimo album, citando Baudelaire, “in fondo all’ignoto per trovare qualcosa di nuovo”. E i nostri due ci sono andati, in fondo al noto. Sporcandosi e sporcando il loro lavoro di finto perbenismo, stupidità, arrendevolezza. Senza soluzione di continuità, come lo è il bombardamento “consapevole” a cui siamo sottoposti, si susseguono canzonette del ventennio e bambole gonfiabili, mitra e occhiali a forma di cuore, vestiti immacolati sporcati da cravatte e scarpette rosso sangue, dibattiti forzatamente divertenti ma in realtà muti. Non c’è altro. Nessuna sovrastruttura spettacolare, testuale. In scena solo loro due, Daniele ed Elvira. Ad inseguirsi, insultarsi, cantarsi e ballarsi addosso. Facendosi del male ad ogni loro incontro, perché a questo siamo destinati: ad un lungo e futile gioco delle parti falso e perverso, stuprati da una Società delle Immagini e dei Canditi senza nessuna possibilità di far affiorare qualcosa che sia intimamente e provocatoriamente nostro. Ogni relazione sentimentale –e in questo caso, scenica, spettacolare- viene degradata ai bordi di un qualcosa che di volta in volta è Cuore di Rita Pavone o le pin-up di mitra vestite delizia anti-tensione/stress/crollo psicologico dell’esercito americano. E non è un caso che lo spettacolo non parli di un uomo o di una donna o di entrambi, ma di un uomo in rapporto ad una donna: la madre. [...] uno stridore indicibile ci permea e attanaglia per tutto lo spettacolo, consapevoli della sincerità e del candore di quei corpi, di quelle menti, abbruttiti da quel qualcosa di nuovo/noto di cui scriveva Baudelaire e cantava Stratos. Assediati da un notevole disegno luci –a firma Dario Aggioli-, i nostri, soltanto Daniele Timpano ed Elvira Frosini, si mettono a nudo simbolicamente ed emotivamente [...] Ma la sorpresa –oltre al pericolo sopra menzionato- è dietro l’angolo. E’ il loro bambino, un piccolo dinosauro. Parto mostruoso che per forza di cose è diverso, barbaro, perturbante. Gioco di specchi prodotto dalle nostre menti assoggettate e fintamente sognanti, che respingono il prodotto della loro unione ad una dimensione bestiale e primitiva, non permettendoci di vederlo per quello che realmente è: il frutto splendente di un amore intimo e per questo vero degli ultimi due romantici della scena –e non. Luigi Coluccio, Lettera22
[...]c’è una scena vuota che si riempie grazie alla presenza dei due attori vestiti di bianco con occhialoni di plastica, le luci dai forti contrasti di Dario Aggioli, una bambola gonfiabile che pende impiccata alla graticcia e un dinosauro giocattolo, fermo in mezzo al palco, un po’ animale domestico, un po’metafora multiforme dell’agognata maternità. E allora via si parte con uno spettacolo godibilissimo, ma che non risparmia nessuno: la donna con i suoi cliché da ventunesimo secolo che rifiuta tutto, dall’uomo padrone (come le ha insegnato la madre) al femminismo (sputando in faccia a Marx ed Engels), per poi ritirarsi in disparte perché ha le cose sue; i dogmi impartiti dall’attuale Papa sull’uso dei contraccettivi e poi l’uomo perennemente schiavo del suo maschilismo. In questo frammentato bazar di “occasioni teatrali” Elvira Frosini e Daniele Timpano reggono il ritmo, sfuggono alla comprensione immediata e banale restituendo, all’interno del cortocircuito realtà-finzione, momenti di vivace fantasia scenica. D’altronde si dall’inizio si presentano al pubblico con i propri nomi, dichiarando : “Questo non è uno spettacolo romantico. Questo è uno spettacolo antiromantico. E’ uno spettacolo sul fascismo latente nell’immaginario romantico maschile”. Dialogano con gli spettatori, stabiliscono un contatto non solo emotivo, li mettono a disagio. Il loro è anche un teatro delle contraddizioni. Con un anti-stile eterogeneo e frastagliato ci svelano le ipocrisie del nostro tempo e lo fanno con il pugno sinistro alzato e un sottofondo musicale che va da “Faccetta nera” a “Questo piccolo grande amore”. Andrea Pocosgnich, teatroecritica.net
Daniele Timpano e Elvira Frosini, insieme nella vita e sulla scena, confezionano uno spettacolo sulla coppia e sull’amore. Lo fanno prendendosi poco sul serio, con sarcasmo e intelligenza. “Sì l’ammore no” è il titolo che ben definisce questo stato. Quello a cui assistiamo in realtà è più simile ad un talk show surreale, ad un format televisivo intelligente (se ne esistono), dove il pubblico prende la parola e chiamato in causa risponde. È teatro autobiografico? È un reality teatrale? Certo è che Daniele e Elvira sono sposati sia fuori che dentro il teatro, e questo mettere in scena la propria storia d’amore rappresenta il 'leitmotiv' della loro performance.[...] Tra elementi esilaranti (la storia di come i due si sono conosciuti, la storia del cucciolo-dinosauro, la bambola gonfiabile) e spunti di riflessione (la condizione della donna nella società contemporanea, il machismo, gli anatemi del Papa contro il preservativo) la cosa più interessante ci sembra questo collegamento tra maschilismo e fascismo, entrambi vizi molto italiani. In una società come la nostra, dove il maschilismo è presente in gran parte dell’attività politica ed enfatizzato dai media, questa chiave di lettura sembra molto calzante. Simone Pacini, klpteatro.it
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