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Kataklisma |
Sì l'ammore no - rassegna stampa | |||||
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“[...] La scena è vuota, vi è solo una bambola di gomma, una nuda femmina appesa a un gancio. Il senso dello spettacolo è tutto in essa implicito: “Dietro l'uomo romantico c'è l'uomo fascista”. Daniele Timpano e Elvira Frosini presentano “Sì l'ammore no”. Sono distesi a terra, proiettano le loro ombre sulla quinta di fondo, disegnano lo spazio con le dita. Poi si alzano, attacca una canzone, Daniele e Elvira vestiti di bianco e rosso si stuzzicano, punzecchiano il pubblico con piccoli aforismi o battute-battibecco, come tra due giovani sposi. Ci raccontano la storia del loro magico incontro. [...] I due scoprirono l'amore. Ma che cos'è l'amore, anzi l'ammore? [...] Elvira si protende verso il pubblico, lo interroga. Il pubblico risponde, risponde sempre. È lì per quello, per abbracciare e sostenere questi infantiloidi assi del palcoscenico e della confessione vera/finta. Il vero spettacolo è questo. Questo il suo succo.” Franco Cordelli – Corriere della Sera
ediamo di fronte a noi due attori, due personaggi, un uomo e una donna, Daniele e Elvira, due mondi e due universi che non riescono a entrare in comunicazione se non superficialmente, se non mantenendo una distanza, fisica – nel senso che ognuno ha il suo rettangolo di luce - e vocale – fanno l’amore in playback. Ed è proprio in questa distanza che si ritrova anche il senso della relazione con gli spettatori, che possono entrare in quell’universo-spettacolo, in quella sfera di vetro, solo accettando di rimanere separati dalla scena, o non accorgendosi di essere divenuti anch’essi stereotipo, stereotipo del pubblico posto dietro ad una quarta parete invisibile. Stiamo quindi a guardare attraverso questo vetro invisibile il luminoso mare verde dei colori dell’Italia, mentre il bianco Daniele se ne va, lasciando soli Elvira in un’isola di luce rossa e noi nel buio della sala. Sarah Paroletti, Art'O
Un incontro tra il maschile e il femminile, partendo da cliché della cultura cattolica postmoderna e radiotelevisiva per riapprodare ad archetipi edipici, con qualcosa di imprecisato nel mezzo. Elvira Frosini e Daniele Timpano si muovono sulla scena buia come marionette, nascosti dietro occhiali colorati, o diventano improvvisamente reali, con enormi occhi puntati sul pubblico ad esprimere tutte le loro perplessità e impulsi. Un incontro, una possibilità, una minaccia, sia essa una rivale gonfiabile o un omicidio. La prima volta avviene in playback, secondo i luoghi comuni del caso, ognuno immerso nella sua solitudine. Da rivalse femministe, che risultano sfasate rispetto a un desiderio d’amore arcano, a rivalse maschiliste di sopraffazione o di fuga verso l’omosessualità, ugualmente inadeguate al primordiale istinto, l’affannarsi reciproco confluisce nel mezzo di un cappio rosso: dinosauro? simbolo fallico? animale domestico? surrogato di un figlio? o parto osceno di una società allo sfascio? I due ne bramano la preferenza come momentanea soluzione alle rispettive insoddisfazioni: “a chi vuoi più bene, alla mamma o al papà?” La piccola creatura illuminata di rosso canta, e qualche volta sogna di uccidere mamma e papà. Un tentativo di dare voce al pubblico si tramuta nell’impossibilità di autonomia del sentire quando le risposte sono preregistrate, preconfezionate e inculcate, lo spirito nazifascista serpeggia inquietante sotto affermazioni di reciproco affetto e desiderio, sfociando nel cannibalismo. Finale in medias res. To be continued? Claudia Donzelli, Mercuzionline
E’ la storia di uno stupro, questa. Si, di uno stupro perpetrato ai danni della nostra psiche e –perché no?- del nostro corpo. Di come il nostro candore sia divenuto ferocia, la nostra nobiltà d’animo prevaricazione, il nostro donarsi assuefazione. Di come l’amore sia divenuto no. Il nostro, non il loro -di Daniele Timpano ed Elvira Frosini. Si l’ammore no è il grido disperato e sincero, sinceramente disperato, di questi ultimi due romantici della scena –e non. Ma nello spazio vuoto che è divenuta la nostra sfera perfetta emozionale nessuno può sentirti urlare. E così la delicata operazione spettacolare compiuta dai nostri –andati in scena al Teatro Colosseo di Roma dal 17 al 22 novembre- rischia di passare inosservata, anestetizzata, o peggio ancora –e questo pericolo dai denti sporchi e aguzzi è dietro l’angolo ad aspettarli per tutta la durata del lavoro- fraintesa, respinta a priori. Mostrano le cose come stanno, EF e DT –tags che suggellano la loro dichiarazione di intenti “Noi facciamo l'amore così. In playback. Tutto il mondo lo fa”, come i graffiti sovversivi e reietti che apparivano in uno dei capolavori (mancato… ma questa, in fin dei conti, non è la storia di quel decennio?) del cinema degli anni ’80, Essi vivono. Mostrano, imperterriti, insensibili, immagini di cui siamo schiavi e di cui vorremmo essere lo specchio, corpi che si sostituiscono alla consapevolezza dei nostri, rapporti umani ritagliati su misura e colori dalle vite di divi bidimensionali assaporati su carta o sullo schermo –che poi, infine, non sono la stessa cosa? La stessa superficie? Lo stesso altrove? [...] Come scriveva Demetrio Stratos nell’ultimo album, citando Baudelaire, “in fondo all’ignoto per trovare qualcosa di nuovo”. E i nostri due ci sono andati, in fondo al noto. Sporcandosi e sporcando il loro lavoro di finto perbenismo, stupidità, arrendevolezza. Senza soluzione di continuità, come lo è il bombardamento “consapevole” a cui siamo sottoposti, si susseguono canzonette del ventennio e bambole gonfiabili, mitra e occhiali a forma di cuore, vestiti immacolati sporcati da cravatte e scarpette rosso sangue, dibattiti forzatamente divertenti ma in realtà muti. Non c’è altro. Nessuna sovrastruttura spettacolare, testuale. In scena solo loro due, Daniele ed Elvira. Ad inseguirsi, insultarsi, cantarsi e ballarsi addosso. Facendosi del male ad ogni loro incontro, perché a questo siamo destinati: ad un lungo e futile gioco delle parti falso e perverso, stuprati da una Società delle Immagini e dei Canditi senza nessuna possibilità di far affiorare qualcosa che sia intimamente e provocatoriamente nostro. Ogni relazione sentimentale –e in questo caso, scenica, spettacolare- viene degradata ai bordi di un qualcosa che di volta in volta è Cuore di Rita Pavone o le pin-up di mitra vestite delizia anti-tensione/stress/crollo psicologico dell’esercito americano. E non è un caso che lo spettacolo non parli di un uomo o di una donna o di entrambi, ma di un uomo in rapporto ad una donna: la madre. [...] uno stridore indicibile ci permea e attanaglia per tutto lo spettacolo, consapevoli della sincerità e del candore di quei corpi, di quelle menti, abbruttiti da quel qualcosa di nuovo/noto di cui scriveva Baudelaire e cantava Stratos. Assediati da un notevole disegno luci –a firma Dario Aggioli-, i nostri, soltanto Daniele Timpano ed Elvira Frosini, si mettono a nudo simbolicamente ed emotivamente [...] Ma la sorpresa –oltre al pericolo sopra menzionato- è dietro l’angolo. E’ il loro bambino, un piccolo dinosauro. Parto mostruoso che per forza di cose è diverso, barbaro, perturbante. Gioco di specchi prodotto dalle nostre menti assoggettate e fintamente sognanti, che respingono il prodotto della loro unione ad una dimensione bestiale e primitiva, non permettendoci di vederlo per quello che realmente è: il frutto splendente di un amore intimo e per questo vero degli ultimi due romantici della scena –e non. Luigi Coluccio, Lettera22
[...]c’è una scena vuota che si riempie grazie alla presenza dei due attori vestiti di bianco con occhialoni di plastica, le luci dai forti contrasti di Dario Aggioli, una bambola gonfiabile che pende impiccata alla graticcia e un dinosauro giocattolo, fermo in mezzo al palco, un po’ animale domestico, un po’metafora multiforme dell’agognata maternità. E allora via si parte con uno spettacolo godibilissimo, ma che non risparmia nessuno: la donna con i suoi cliché da ventunesimo secolo che rifiuta tutto, dall’uomo padrone (come le ha insegnato la madre) al femminismo (sputando in faccia a Marx ed Engels), per poi ritirarsi in disparte perché ha le cose sue; i dogmi impartiti dall’attuale Papa sull’uso dei contraccettivi e poi l’uomo perennemente schiavo del suo maschilismo. In questo frammentato bazar di “occasioni teatrali” Elvira Frosini e Daniele Timpano reggono il ritmo, sfuggono alla comprensione immediata e banale restituendo, all’interno del cortocircuito realtà-finzione, momenti di vivace fantasia scenica. D’altronde si dall’inizio si presentano al pubblico con i propri nomi, dichiarando : “Questo non è uno spettacolo romantico. Questo è uno spettacolo antiromantico. E’ uno spettacolo sul fascismo latente nell’immaginario romantico maschile”. Dialogano con gli spettatori, stabiliscono un contatto non solo emotivo, li mettono a disagio. Il loro è anche un teatro delle contraddizioni. Con un anti-stile eterogeneo e frastagliato ci svelano le ipocrisie del nostro tempo e lo fanno con il pugno sinistro alzato e un sottofondo musicale che va da “Faccetta nera” a “Questo piccolo grande amore”. Andrea Pocosgnich, teatroecritica.net
Daniele Timpano e Elvira Frosini, insieme nella vita e sulla scena, confezionano uno spettacolo sulla coppia e sull’amore. Lo fanno prendendosi poco sul serio, con sarcasmo e intelligenza. “Sì l’ammore no” è il titolo che ben definisce questo stato. Quello a cui assistiamo in realtà è più simile ad un talk show surreale, ad un format televisivo intelligente (se ne esistono), dove il pubblico prende la parola e chiamato in causa risponde. È teatro autobiografico? È un reality teatrale? Certo è che Daniele e Elvira sono sposati sia fuori che dentro il teatro, e questo mettere in scena la propria storia d’amore rappresenta il 'leitmotiv' della loro performance.[...] Tra elementi esilaranti (la storia di come i due si sono conosciuti, la storia del cucciolo-dinosauro, la bambola gonfiabile) e spunti di riflessione (la condizione della donna nella società contemporanea, il machismo, gli anatemi del Papa contro il preservativo) la cosa più interessante ci sembra questo collegamento tra maschilismo e fascismo, entrambi vizi molto italiani. In una società come la nostra, dove il maschilismo è presente in gran parte dell’attività politica ed enfatizzato dai media, questa chiave di lettura sembra molto calzante. Simone Pacini, klpteatro.it
“[...] A fondamento dello spettacolo c’è la devianza cui siamo stati costretti, parlando d’amore, dalla cultura pop e dalla televisione, che li porta a giocare con la musica, tradire sentimenti con lo straniamento d’effetto, poter dire “noi facciamo l’amore così: in playback. Tutto il mondo lo fa”, e questo è vero accidenti, abbiamo imparato a canzonare noi stessi ripetendo frasi e gesti mutuati dalla tv, l’organo che ripetiamo e che ci ripete al punto da non capire più qual è l’origine delle cose o emozioni: il vero o il posticcio è la genesi? La confusione, frammentazione della verità ha portato fin qui, a non capire più se questi sentimenti ci appartengano veramente o siamo in una vorticosa balìa di oceano in cui la barca si muove ora verso il sì, ora verso il no, seguendo il dolce, ipnotico, sfuggente dondolare delle onde.” Simone Nebbia, Teatro e Critica
“La immensa possibilità di riformulare i casi e le esperienze della vita scartando, ripulendoli del loro superficiale strato/stato di quotidianità. Quello che nella realtà corrente non è scremabile, sul palco lo è, ed è ordinaria stupefazione. [...] Surreale dissacratorio, diverte e provoca con un ottimo uso dei tempi, con pause cercate, ma estremamente naturali.” Ofelia Sisca, teatroteatro.it
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